Buongiorno a tutti e BUON ANNO,
oggi primo post dell'anno con la rubrica mensile: Un tè con...
(1910/2008)
LA DONNA CHE SALVO' LA VITA A 2500 BAMBINI
- Cara signora Sendler, il suo nome da giovane è Irena Krzyzanowska ed è nata a Varsavia, ci vuol parlare della sua infanzia?
- Sono nata nel 1910 da una famiglia cattolica di tradizione socialista. Mio padre era medico e tra i suoi pazienti vi erano molti ebrei poveri di cui si prendeva cura gratuitamente. Io sono cresciuta in mezzo a coetanei di origine ebrea, imparando la loro lingua e, a cinque anni ero in grado di parlare yddish. Avevo sette anni quando mio padre morì di tifo contagiato dai suoi pazienti.
- In segno di riconoscimento, la comunità ebraica si offrì di finanziare i suoi studi?
- Certamente, fu un bel gesto ma mia madre non accettò.
- Lei visse l'infanzia e la la sua gioventù tra le due guerre mondiali...
- Fin dall'adolescenza coltivai una profonda empatia con il mondo ebraico. All'Università mi opposi alla ghettizzazione degli studenti ebrei e per questo fui sospesa per tre anni.
- Allo scoppio della seconda guerra mondiale lei lavorava già come assistente sociale a Varsavia?
- Come dipendente dei servizi sociali della municipalità ottenni un permesso speciale per entrare nel Ghetto per cercare eventuali sintomi di tifo; i tedeschi temevano che un'eventuale epidemia potesse diffondersi al di fuori del Ghetto.
Nel frattempo entrai nella Resistenza Polacca con il nome di "Jolanda".
- Come riuscì a convincere i genitori ad affidarle i loro bambini?
- Ero conosciuta perché entravo ed uscivo dal Ghetto spesso, grazie alla mia professione riuscii a convincerli e, con gli altri membri della Resistenza, organizzammo la fuga dei bambini. I neonati li nascondevamo nei furgoni dopo averli addormentati e i più grandi nei sacchi di juta. Facevamo credere ai tedeschi che erano morti per tifo. Non tutti erano nel Ghetto, molti erano negli Orfanotrofi. Fornii loro nomi cristiani e li affidai a famiglie e preti cattolici.
- Considerò il rischio di disperdere e sottrarre per sempre i bambini alle loro famiglie?
- Annotai i veri nomi dei bambini accanto a quelli falsi e chiusi gli elenchi in barattoli di vetro che sotterrai nel mio giardino. Il mio sogno era quello di riuscire un giorno a restituire quei bambini alle loro famiglie.
- Il sogno si interruppe nell'ottobre 1943?
- La Gestapo mi catturò, subii la tortura, mi fratturarono le gambe e le braccia, mi condannarono a morte ma non rivelai mai il mio segreto.
- Qualcuno venne in suo aiuto?
- Facevo parte dell'Organizzazione Cattolica clandestina "Zegota" che, corrompendo col denaro alcuni soldati tedeschi destinati a condurmi all'esecuzione, mi salvò la vita poco prima della fucilazione. Per gli ultimi anni della guerra vissi nell'anonimato continuando a salvare bambini ebrei.
Terminata la guerra e l’occupazione tedesca, recuperai i preziosi barattoli e i nomi dei bambini vennero consegnati ad un Comitato Ebraico, il quale riuscì a rintracciare circa 2.000 bambini: solo un piccolo numero poté però ricongiungersi alla famiglia, la gran parte di queste erano state sterminate nei lager.
Irena Sendler nel 1940
«Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria». (Irena Sendler)
Nel 1965 Irena venne riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei "Giusti tra le Nazioni".
La vita di Irena è stata per anni dimenticata dall’opinione pubblica, solo nel 1999 un gruppo di studenti del Kansas ha scoperto la sua storia e l’ha resa nota con uno spettacolo “Life in a Jar” (La vita in un barattolo), un libro e un dvd.





