venerdì 10 settembre 2021

Pulpo Gallego, rivisitato

Felice giorno a tutte,


la cucina  non è la mia passione, ma lo devo fare. ..! Ieri ho pensato di cucinare il polpo, anche perchè si prepara velocemente, basta metterlo a bollire.

L'ho gustato la prima volta in Galizia, precisamente a Santiago di Compostela e mi era piaciuto molto.




La ricetta galiziana del "Pulpo Gallego"  non prevede il limone ma  una grande aggiunta di paprika che io ho omesso.



Ecco la ricetta:

800 gr. di polpo
pepe in grani e sale
prezzemolo
700 gr di patate
olio, limone

In acqua bollente mettete il polpo pulito, aggiungete il pepe nero in grani e il sale ,bollirlo per 45 minuti a fuoco lento, nel frattempo lessate le patate con la buccia.
Lasciate raffreddare il polpo nella sua acqua di bollitura.
Preparate un'emulsione di olio, sale e limone.
Mettere sopra un piatto di portata le patate a cui avrete tolto la buccia e tagliato a fettine , il polpo tagliato a pezzetti e cospargere con l'emulsione e il prezzemolo.






Tutto qui! Facile e veloce come piace a me.



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mercoledì 1 settembre 2021

Settembre/Un Tè con...

Buongiorno e benritrovati,

settembre è il mese che preferisco, trovo una voglia di fare, di sistemare casa, di rinnovare, grazie alla diminuzione della temperatura.  Bene..., riprendo la rubrica "Un Tè con..." con una donna  che .credeva nel giornalismo, quello più difficile, quello che racconta le storie senza filtri, onesto e indipendente:




Maria Grazia Cutuli

(26 ottobre 1962 - 19 novembre 2001)


- Cara Maria Grazia,  lei credeva nel giornalismo in trincea, quello più difficile?

-  Si, sempre sul campo, in prima linea in scenari internazionali “caldi” e pericolosi, sono stata in Cambogia, a Sarajevo, in Albania, in  Iraq e Timor Est, in Pakistan e in Afghanistan.

- Dove è nata e come è stata la sua carriera  da giornalista?

- Sono nata a Catania nel 1962, con una laurea  in Filosofia iniziai le collaborazioni al quotidiano La Sicilia e poi all’emittente televisiva Telecolor. Alla fine degli anni Ottanta mi trasferii a Milano, collaborai coi mensili Marie Claire e Centocose, poi con il settimanale Epoca, per conto del quale curai reportages dalla Bosnia al Congo, dalla Sierra Leone alla Cambogia.


- L'America l'attrasse perchè le avrebbe dato più impegno  nel raggiungere i suoi obiettivi?

- Alla chiusura del giornale "Epoca" mi  trasferiiì a New York, dove frequentai un corso di “peacekeeping”, una serie  di attività politiche e militari svolte dalle “Forze internazionali di pace delle Nazioni Unite” con lo scopo di mantenere la pace internazionale, a seguito del quale partii come volontaria per il Ruanda con l’Alto Commissariato per i diritti umani. Nel 1997 ottenni il primo contratto precario alla redazione Esteri del Corriere della Sera e due anni più tardi giunse l’assunzione definitiva.

- Dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York chiede e ottiene di essere inviata  in prima linea?
- “A un certo punto mi è sembrato che il giornalismo non bastasse per capire lo strazio della guerra. Molto di quello che si registra su un taccuino, quasi sempre in fretta, finisce per toccare appena la superficie delle cose. Volevo andare più a fondo. Superare la schizofrenia del cronista che rimane spettatore di tragedie che non gli appartengono”.- Sono partita  per Gerusalemme ,raggiunsi quindi il Pakistan per poi arrivare nell’Afghanistan sconvolto dalla guerra. Il 26 ottobre, a Peshawar, festeggiai il mio  39esimo compleanno. Brindai in compagnia dei colleghi reporter, in una parentesi di spensierata normalità .

 - Iniziò ad indagare gli orrori evidenti e nascosti?

 -  Era il 15 novembre del 2001, i B-52 americani sganciavano tonnellate di bombe sui Talebani; li consideravano coinvolti nella Strage delle Torri Gemelle e l’Alleanza del Nord, sostenuta dagli Usa e dalla Nato proseguiva la guerra per liberare l’Afghanistan dalla loro presenza. Raccontai  di Kabul e delle sue donne celate agli occhi del mondo sotto il giogo del burqa., e rintracciai  le prove degli atti di terrorismo che portavano il marchio di Al Quaeda. Con il collega Julio Fuentes del giornale spagnolo El Mundo trovammo , in una base abbandonata, delle fialette di gas nervino con scritte in cirillico . Scrissi in un ampio e dettagliato reportage pubblicato in primo piano dal Corriere della Sera. Scrivevo con rabbia, certo, con la dovuta indignazione, ma senza mai pensare di essere portatrice di chissà quale verità né ergendomi a paladina e portavoce di un Occidente di cui, al contrario, riconoscevo e denunciavo tutte le colpe.

 




 <<Poco lontano dalla zona in cui abbiamo trovato le fiale, sorgono le ville di Younis Khalis e dei suoi comandanti. (…) Si vedono bambini giocare davanti ai portoni e qualche camion passare lungo la strada. (…) Ci fermiamo a Dar Olum, l’ex «madrassa» dove venivano selezionati i giovani combattenti, ragazzi preferibilmente orfani dai 15 ai 18 anni destinati agli attacchi kamikaze.>>
 




Mentre i lettori leggono quello che, purtroppo, diventerà il suo ultimo pezzo, l’auto a bordo della quale Maria Grazia Cutuli viaggia insieme ad alcuni colleghi viene fermata dai talebani a Sarobi, lungo la strada che collega Jalalabad a Kabul.

L’agguato mortale si consuma in pochi drammatici minuti. Uomini armati costringono il gruppo di giornalisti a scendere dal mezzo. Non c’è tempo per elaborare cosa sta accadendo. Le raffiche di kalashnikov esplodono improvvise e non lasciano superstiti. L’autopsia stabilirà che i colpi mortali hanno raggiunto la giornalista  alla schiena. Con lei muoiono il collega spagnolo Julio Fuentes e due corrispondenti dell’agenzia Reuters: l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari. I loro corpi, abbandonati tra le pietre e la sabbia ai margini della strada, verranno recuperati solo il giorno dopo l’assassinio.








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