mercoledì 23 dicembre 2020

La magia del Natale



















La Magia del  Natale tace,
è silente,
ma la senti , l'avverti, la respiri
ci credi.



 


Buon Natale



sabato 19 dicembre 2020

Coprifuoco Italia


Ore 22 scatta il coprifuoco e la città si svuota.









Tra due o tre settimane vedremo se avrà funzionato.





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sabato 12 dicembre 2020

Vota con il FAI il castello di Sammezzano



Buona giornata a tutti,

in un mio post del 29/10/2015   Salviamo il Castello di Sammezzano ho parlato di questo Castello che  si trova a Leccio, frazione del Comune di Reggello, a circa 30 chilometri da Firenze. Si erge su una collina proprio sopra il paese ed è circondata da un grande parco di 187 ettari, di cui 50 “parco storico”. Tenuta di caccia in epoca medicea, nel 1605 la proprietà venne acquistata dagli Ximenes D’Aragona. Fino alla metà dell’800 ebbe l’aspetto di una classica villa toscana. Da quella data il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, con un lavoro durato oltre 40 anni, diede al castello la veste attuale. Personaggio eclettico, dagli interessi più svariati, protagonista della vita culturale, sociale e politica della Firenze del tempo - fu anche Deputato del Regno - Ferdinando progettò e diresse personalmente i lavori che trasformarono la struttura in un castello in stile eclettico con prevalenza orientalista. Grazie alla grande disponibilità economica ed alla vasta cultura, affascinato dalla moda orientalistica diffusa in tutta Europa, Ferdinando realizzò un edificio unico, il più importante esempio di arte Orientalistica in Italia ed in Europa. Nel castello sono richiamati capolavori architettonici di arte moresca come l’Alahambra di Granada ed il Taj Mahal in India. Nel piano monumentale si trovano sale bellissime con colori sorprendenti e giochi di luce. Inoltre, in ogni sala si trovano scritte e motti in latino, italiano e spagnolo che parlano di Ferdinando e del tempo in cui visse. Intorno al castello Ferdinando realizzò uno dei parchi storici più vasti della Toscana, con oltre 100 specie arboree esotiche. Molte di queste sono scomparse, ma il parco resta ancora famoso per le numerose sequoie presenti (Sequoia Sempervirens e due esemplari di Sequoiadendron Gigantea) tra cui spicca la cosiddetta “Sequoia Gemella”, albero monumentale che con i suoi 53,96 metri è risultato essere il secondo albero più alto d'Italia. (dal sito Fai)





Entro il 15 dicembre possiamo votare per I LUOGHI DEL CUORE sul sito del FAI Fondo per l'ambiente Italiano:

Affrettiamoci a votare per non lasciare a investimenti stranieri questa meraviglia, ma invece  entri lo Stato e il FAI per farlo diventare una delle bellezze dell'Italia e far in modo che possa essere visitato da tutti.










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mercoledì 2 dicembre 2020

Portiamo in casa i profumi del bosco

Buongiorno,

e voi, per che albero siete? Naturale o sintetico? Siete contro il disboscamento selvaggio? Bene, l'Asociazione Florovivaisti Italiani ci tiene a sottolineare che gli alberi di Natale naturali sono cresciuti nei vivai,  ma la maggior parte di noi acquista quelli sintetici provenienti per l'80% dalla Cina.




I pini naturali rilasciano in casa la loro essenza profumata molto balsamica per le vie respiratorie. 





La seconda tipologia in vendita sono gli alberi di Natale senza radici: sono le cime di alberi chiamati cimali che sono stati tagliati in bosco per produzione legnosa. Il più delle volte l’albero è stato tagliato per fare dei diradamenti, sempre nel rispetto di severe norme di gestione forestale.  Anche in questo caso se comprate un cimale aiutate le foreste perché contribuite ad aumentare il reddito degli operatori del settore. Un settore, quello forestale, che in Italia ha alti costi e bassi redditi. 
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Se preferite un albero artificiale verificate che sia del tipo autoestinguente cioè non infiammabile. Controllate che sia indicato sulla confezione o nelle istruzioni all’interno. 















Qualora invece si scelga un albero naturale è da preferire un abete vivente, cioè piantato con le radici nel vaso. Anche in questo caso verificatene la stabilità (grandezza del vaso sufficiente e ricordatevi di innaffiarlo periodicamente per evitare che si secchi)










Comunque sia, l’albero di Natale,  non è solo un addobbo, ma una vera e propria tradizione e, con la sua storia e la sua simbologia, è diventato parte integrante della nostra cultura.





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martedì 1 dicembre 2020

Dicembre 2020/Un tè con...

Buongiorno

eccoci di nuovo, come ogni primo giorno del mese, all'appuntamento con la rubrica:



Il personaggio che abbiamo oggi ve lo presento con un filmato, seguiamolo insieme:




BERTHA BENZ
(1849 - 1944)
 
 Tutti conoscono la Mercedes ma pochi sanno che la casa tedesca inventrice dell'automobile deve la propria esistenza anche a una donna. Fu Bertha Benz a imporre nel mondo di allora il prototipo di auto con motore a scoppio creato dal marito Karl Benz.




- Cara Signora Ringer, questo il suo nome da giovane, lei è stata una donna con una marcia in più, si può dire?  Cominciamo a conoscerla meglio, come è stata la sua infanzia?
- Sono nata a Pforzheim (Germania) il 3 maggio 1849. Terza di nove figli, la mia era una ricca famiglia
e la  buona posizione dei miei  genitori mi portò un ottimo livello di istruzione .

- Conobbe presto il suo futuro marito?
- Nel 1870 mi fidanzai con l'ingegnere Karl Benz il cui  sogno era  di realizzare una carrozza senza l'uso dei cavalli ma funzionante con il motore a scoppio.  Dalla teoria lo aiutai a passare alla pratica finanziando il suo sogno e investendo parte della mia dote.  Il due luglio 1872 ci sposammo e in seguito nacquero i nostri quattro figli.

- Dopo diversi tentativi falliti, finalmente arrivò il successo?
- Non fu subito un successo, Karl riuscì a creare la prima carrozza senza cavalli, con motore a scoppio, con tre ruote, una davanti e due dietro, e accensione elettronica, che poteva raggiungere una velocità massima di 25 km orari ( il brevetto fu ricevuto un anno dopo ).
Ma gli acquirenti non si facevano vedere, guardinghi e sospettosi davanti a questa nuova diavoleria meccanica. La macchina stessa presentava delle imperfezioni, in quanto si perdeva facilmente il suo controllo.
L'automobile sembrava dover restare solo un soddisfacimento personale per il povero Benz, che si rinchiuse così nella sua fabbrica.

- Fu a quel punto che la sua determinazione prese il sopravvento?
- Decisi che era necessario far conoscere quell'invenzione e misi in pratica il mio piano.
Alle prime luci dell'alba, di un inizio agosto del 1888, con i miei due figli maggiori, presi una delle auto recentemente completata, la Benz Patent-Motorwagen 3, ed intrapresi quel che fu il primo viaggio su lunga distanza. Da Mannheim a Pforzheim, nella residenza di mia madre, senza il consenso delle autorità né del marito, a cui lasciai solamente una lettera che lo informava del viaggio.
Il viaggio, che per l'epoca doveva rappresentare una impresa titanica, non si rivelò in effetti più facile del previsto; in più punti la strada si era rivelata rocciosa, sterrata, non proprio agevole ; ci dovevamo fermare spesso per aggiungere di volta in volta l'acqua, usare un lungo spillone per pulire il tubo del carburante, e nelle salite più ardue, spingere manualmente la vettura.
Quando il carburante finì, dovetti trovare  una farmacia locale, dove comprai la ligroina, un solvente che fungeva da benzina; inaugurando così la prima stazione di servizio.
Ma il fatto singolare e divertente fu durante il percorso, le  persone  rimanevano terrorizzate e sconcertate alla vista di una carrozza mobile senza cavalli, guidata soprattutto da una donna. 
Arrivammo a Pforzheim dopo il tramonto : avevamo percorso 104 km ad una velocità di 25 km orari.
Inviai  un telegramma a Karl, per assicurargli di essere sana e salva, ma la notizia dell'accaduto aveva già raggiunto la stampa, grazie alle testimonianze  dei residenti delle città e dei villaggi dove eravamo passati.




- L'impresa, seppur non priva di rischi, era andata a buon fine!
- C'era il rischio di non riuscire a frenare durante il viaggio di ritorno.  I freni in legno dell’auto si erano talmente consumati che dovetti chiedere ad un calzolaio locale di coprire i freni con del cuoio.
Grazie a questo "test su strada", Karl capì la necessità del cambio e delle pastiglie per i freni.
Con i miei figli, sono riuscita a scandalizzare e impressionare il mondo intero, scatenando una valanga di pubblicità.
Il viaggio per il ritorno fu pertanto un trionfo; molte più persone volevano essere presenti a quella che sarebbe diventata una giornata storica, tutti volevano vedere da vicino la donna che aveva guidato la prima automobile.

- Arrivarono così i primi ordini?
-  Nel giro di un decennio la società Benz&Cie era diventata la più grande azienda automobilistica del mondo, con un personale di quattrocento addetti e un fatturato di seicento veicoli. Nel 1926 la Benz&Cie si associò ad un'altra società per formare la nuova Daimler-Benz ( oggi Mercedes-Benz ).




Il coraggio e l'audacia di Bertha Benz la portarono a diventare la prima donna automobilista della storia, che ha contribuito a regalare all'umanità  un simbolo del progresso e della libertà individuale..




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domenica 1 novembre 2020

Novembre/Un tè con...


Buona Domenica a tutti, 
benvenuti all'appuntamento mensile della rubrica:" Un tè con..."

Oggi abbiamo ospite una campionessa olimpica che ha commosso il mondo dell'atletica e non solo.




Wilma Rudolph

 

Saint Bethlehem (Stati Uniti) 1940 - Brentwood (Stati Uniti) 1994




Alta, slanciata e velocissima, non poteva che essere nominata "La gazzella Nera"



- Cara Signora Rudolph, la sua storia è fantastica quasi incredibile,  per cominciare ci vuol raccontare come è stata la sua infanzia?
- Sono nata prematura a ST. Bethlhem nello stato del Tennessee il 23 giugno 1940. Pesavo due chili ed ero sesta di otto figli. Mio padre Ed lavorava in ferrovia come fattorino e mia madre Blanche come domestica in una casa di bianchi. Sono cresciuta in una casa di legno in quella parte della cittadina riservata ai neri. Ero spesso malata, morbillo, scarlattina, polmonite e nel 1944, a quattro anni mi fu diagnosticata la poliomielite, conosciuta negli anni quaranta come una delle malattie più paralizzanti.

- Sua madre fece di tutto per trovare un ospedale dove poterla curare?
- Il Meharry Hospital di Nashville era l'unico disposto a curare un bambino di pelle nera, infatti lì lavorava un' equipe di medici di colore. Il dottore disse che non avrei più camminato, mia madre mi disse che avrei di nuovo camminato, credetti a mia madre. Andavamo due volte a settimana in ospedale per una terapia di acqua e calore fino a che non fui in grado di camminare con un apparecchio d'acciaio sulla gamba sinistra. Duecento viaggi in autobus rigorosamente sedute nei sedili in fondo dove potevano sedere i neri.

- I suoi fratelli impararono come sua madre a farle dei massaggi terapeutici, è così?
- Certamente, sono stati importantissimi. A nove anni non ebbi più bisogno dell'apparecchio alla gamba, iniziai a camminare con una scarpa ortopedica. 

-Finalmente a dodici anni riuscì a camminare normalmente?
- Grazie alle cure di mia madre e dei miei fratelli potevo camminare, correre e sfidare i ragazzini in cortile. Il basket divenne la mia passione ma in seguito fui notata dall'allenatore di atletica del College.

- Ma cosa successe nel 1956?
- Nel 1956 a Melbourne in Australia ci furono le Olimpiadi ed io mi qualificai per parteciparvi. Vinsi una medaglia di bronzo con le mie compagne nella staffetta 4x100. Avevo 16 anni e quando tornai a scuola la mostrai ai miei compagni che se la passarono di mano in mano,  quando tornò nelle mie mani era piena d'impronte allora cominciai a lucidarla ma il bronzo non brilla. In quel momento decisi che la prossima doveva essere d'oro.





- Qualche anno dopo dovette sospendere gli allenamenti per un bell'evento che doveva arrivare?
- Rimasi incinta e  mio padre proibì al mio compagno di vedere la bambina e affidò mia figlia alle cure di mia sorella. Ripresi ad allenarmi per le Olimpiadi del 1960 a Roma.

- A Roma fu un trionfo....!
- Fu oro sui 100 metri piani, tre giorni più tardi oro nei 200 metri piani e infine la staffetta 4x100 terza medaglia d'oro e nuovo record mondiale con 44"5. 
 


- In Italia la chiamarono "Gazzella Nera" e la ammirarono come atleta e come donna combattiva , ma Uno in particolare divenne forse più di un amico per lei.
- Con Livio Berruti, durante le Olimpiadi a Roma, è nata una bella amicizia. Lui campione italiano conquistò la medaglia d'oro nei 200 piani. Ma io dovevo tornare in America dalla mia bambina e mi ritirai dalle gare dedicandomi all'insegnamento.




«Il premio non è mai così grande se manca la lotta per ottenerlo» (Wilma Rudolph)




Wilma Rudolph abbandonò le competizioni nel 1962. In seguito lavorò come insegnante, allenatrice di atletica e commentatrice sportiva. Si sposò nel 1963 ed ebbe quattro figli. Nel 1976 fu inserita nella National Track & Field Hall of Fame, la Hall of Fame statunitense dedicata all'atletica leggera.

Nel 1977 uscì la sua autobiografia Wilma Rudolph on Track, da cui venne tratto il film TV Wilma, in cui debuttò un giovane Denzel Washington.

È scomparsa nel 1994, a soli 54 anni, per un tumore al cervello. (fonte Wikipedia)


UN GRANDE ESEMPIO DI COMBATTIVITA' E AMORE PER LA VITA                                               NONOSTANTE I SUOI LIMITI














giovedì 8 ottobre 2020

Lettera di una maestra ai suoi bimbi.








.....Sono riusciti a spengere tutti i neuroni degli italiani, a staccare tutte le sinapsi a creare il buio nei circuiti elettrici dei nostri cervelli.
Hanno vinto!
Sono almeno 30 anni che stanno lavorando per questo e ce l’hanno fatta: elettroencefalogramma piatto!
Elettroencefalogramma piatto di medici, insegnanti, dirigenti, genitori, tutte le componenti della scuola stanno sobbollendo nel calderone delle paure, dei divieti, del pensiero unico, a fuoco sempre più alto…e non se ne sono neppure accorti!

Va bene così: dà un senso di sicurezza essere così disciplinati, inquadrati, regolamentati…oh questo governo è davvero serio!
Peccato che l’argomento principale sia: i bambini… allora non c’è che sperare che almeno loro gridino, urlino, cantino, saltino sui banchi, si abbraccino, si sbaciucchino, giochino ad acchiappino, al lego, ai puzzle, si scambino la merenda, e giochino a calcio… senza accorgersene… vivano…
Speriamo che almeno loro non si facciano irretire e scappino al controllo delle menti perverse che stanno tenendo sotto scacco il mondo.
Speriamo che almeno loro, in modo naturale… disobbediscano…tutti insieme, come quando il venerdì pomeriggio, stanchi di una settimana di schede da compilare, cominciano ad alzare la voce e davvero non li puoi fermare…sovrastano tutto e tutti…esprimono il loro disagio e nessuno può farli tacere.

Genitori! Se avete cuore di mandarli a scuola in queste condizioni almeno insegnate loro quello che avreste dovuto fare voi: insegnategli a disubbidire…per tornare ad essere liberamente vivi.
Io nel frattempo lascio andare tutto come deve andare, e me ne vado: prendo aspettativa, ma non perché ho paura del Virus dei virus, non perché ho paura delle conseguenze di un errore di distanziamento, non perché ho paura dei bambini, no.
Io non voglio essere complice di questo delirio, io insegno per tutti e cinque gli anni di scuola dei miei alunni a NON AVER PAURA.

Perché la paura inibisce l’esperienza.
La paura restringe il campo visivo.
La paura chiude il cuore.
La paura separa.
La paura isola.
La paura fa ammalare corpo e anima.
La paura è buia!
E i bambini sono figli della luce!
Forse per questo li stanno incatenando ai banchi…

E allora cari bimbi miei,
quando questa grande ombra oscura se ne sarà andata e la giustizia avrà portato alla luce le sue nefandezze, io tornerò ad insegnare come ho sempre fatto.
Ora miei cari piccoli non riesco a farlo perché è stato impedito il mio diritto d’insegnare e non posso oppormi se non andandomene. Perdonatemi.
Con amore, la vostra maestra
                                                                               Rossella Ortolani.”

11 settembre 2020








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giovedì 1 ottobre 2020

Ottobre/Un tè con...



Buongiorno e bentornati all'appuntamento mensile della rubrica: UN TE' CON...

Il personaggio che ho invitato oggi è:

 








Matilde di Canossa
(1046 - 1115)
Contessa, duchessa, marchesa e regina medievale. Terzogenita della potentissima famiglia feudale italiana dei Canossa, marchesi di Tuscia (già Ducato di Tuscia), di origine e madrelingua longobarda. Il padre, Bonifacio di Canossa detto “il Tiranno”, era l’unico erede della dinastia canossiana. La madre, Beatrice di Lotaringia, apparteneva ad una delle più nobili famiglie imperiali, strettamente imparentata con i duchi di Svevia, i duchi di Borgogna, gli Imperatori Enrico III ed Enrico IV, dei quali Matilde era rispettivamente nipote e cugina prima.




Ammiro da vicino la GranContessa in tutta la sua matura bellezza. Avvolta in un manto di velluto rosso con ai lati una fascia d’oro guarnita di gemme, porta una veste di un azzurro vivo e maniche larghe orlate di un fregio d’oro, che lasciano intravedere altre maniche aderenti al braccio di colore rosso. Porta scarpe a punta di stoffa scura e il capo è coperto da un velo bianco che non riesce a nascondere i lunghi capelli biondo rossastri. Nonostante sia seduta, intuisco la sua figura alta e slanciata.
Cercherò di farle delle domande, non so da dove iniziare.

- Grancontessa Matilde, lei è stata una delle figure più importanti del medioevo italiano, sui libri di storia si parla di lei come una potente feudataria e sostenitrice del papato, sotto il suo comando il territorio dei Canossa raggiunse la massima estensione ma ora vorremmo conoscere meglio come si è sviluppato il suo spirito combattivo, come è stata la sua infanzia?
- Sono nata a Mantova nel 1046,  terzogenita dopo i miei fratelli  Federico e Beatrice . Mio padre Bonifacio conte di  Canossa mi portava spesso con sé quando andava a caccia nei suoi territori. Imparai prestissimo a cavalcare. Saranno queste cavalcate che mi faranno scoprire, fin da piccola, i territori teatro delle mie lunghe battaglie.  Ben presto i miei fratelli morirono e io fui affidata alla cura dei monaci benedettini i quali mi diedero un'educazione molto rigorosa non comune alle donne di quell'epoca. 



- Era molto piccola quando suo padre morì?
- Avevo soli sei anni quando Bonifacio mio padre fu assassinato. Se chiudo gli occhi ricordo ancora il suo corpo esanime disteso sul carretto, al ritorno da quella maledetta battuta di caccia, trafitto da una freccia avvelenata. Un anno dopo morirono anche mia sorella Beatrice e il mio fratellino Federico, e rimasi sola al mondo con mia madre. Di questa misteriosa morte furono sospettati un po' tutti compreso l'Imperatore che aveva tutto l'interesse ad eliminare questo vassallo troppo potente. Mia madre Beatrice decise di rinchiudersi con me in un convento e restituire all'imperatore Enrico III, suo cugino, i vasti possedimenti.

- Ma qualcuno si oppose?
- Certamente, il Papa Leone IX non voleva che questi possedimenti dei Canossa, che arrivavano fino  alle porte del Lazio, finissero nelle mani dell'Imperatore e quindi fece pressione su mia madre affinché rimanesse lei la reggente. Mia madre, profondamente credente,  accettò e mise a disposizione della Chiesa gran parte del suo patrimonio facendo costruire conventi ed edificare chiese.  
Ad un certo punto l'Imperatore scese in Italia con il suo esercito, confiscò i suoi averi e, convincendo mia madre a seguirlo in Germania con me,  ci fece entrambe prigioniere.

- Siete state trattate male?
- Tutt'altro! Avevamo la protezione di Agnese di Poitiers, seconda moglie dell'imperatore. Mia madre, rimasta orfana da piccola, era stata adottata dalla nonna dell'imperatore sorella di mia nonna. Questo forte legame parentale spiega il trattamento bonario nei nostri confronti alla corte tedesca.

- Ma prima o poi muoiono anche gli Imperatori...!
- Alla morte di Enrico III fu incoronato il figlio Enrico di Franconia, ovvero Enrico IV all'età di sei anni. Qualche giorno dopo per l'intercessione del Papa Vittore II, fummo liberate e tornammo in Italia.

- Lei fu un'abile condottiera e una stratega che riuscì a regnare circa trent'anni...
- Praticamente ero stretta tra i domini dell'imperatore germanico e quelli della Chiesa, su un territorio difficile  conteso e ambito da entrambe le parti. Per lungo tempo riuscii a mantenere una posizione imparziale fin quando mi colloco cercando di mediare nella famosa " Umiliazione di Canossa".

- Questo episodio si confermò in seguito una messa in  scena?
 - Quando Papa Gregorio VII proibisce le investiture dei vescovi senza l'intervento papale, Enrico IV non accetta e depone il Papa. A sua volta il Papa scomunica l'Imperatore. Dopo la scomunica da parte di Papa Gregorio, Enrico aveva perso ogni appoggio e non poteva aspirare a cingere la corona imperiale. Fu costretto a recarsi alla gloriosa rocca di Canossa afflitto e disperato, per umiliarsi e chiedere perdono, ma Gregorio si era dimostrato più inflessibile e testardo di lui. Enrico chiese a me di intercedere, ostentando il suo pentimento come un lasciapassare per ottenere quel che desiderava.  Io e mia madre cercammo di appianare il conflitto, l'Imperatore si pentì e accettò la penitenza pubblica che prevedeva, il saio,  i piedi nudi, la prostrazione a forma di croce. Questo avvenne sotto una bufera di neve per tre giorni e per tre notti davanti alle porte serrate del Castello di Canossa. Gregorio VII concesse il perdono ma io non credetti al pentimento di Enrico IV , infatti  fu una mossa strategica di convenienza, poco dopo lui scese di nuovo in Italia al comando delle sue truppe.





- Fu una lunga battaglia e lei si trovò sola a contrastarla?
Nonostante la sua forza bellica Enrico IV si è trovato spesso in difficoltà. Quando il mio avo Adalberto si impossessò di Canossa, la munì di mura forti e scelse di costruire tante fortezze per utilizzare gli Appennini reggiani e modenesi come una cintura di protezione, perché sapeva bene che questo era un passaggio fondamentale per scendere a Roma. Le nostre montagne erano una difesa naturale, le nostre rocche un filtro, sono state modellate perfettamente alla conformazione territoriale e a noi bastava accendere un fuoco sulla torre più alta per segnalare un pericolo ai nostri alleati a miglia e miglia di distanza. Avevamo un sistema di comunicazione che permise ai punti più vulnerabili di prepararsi a un assedio con giorni d’anticipo rispetto al arrivo delle truppe nemiche. 
La battaglia durò due lunghi anni ma grazie alla fedeltà di vassalli e feudatari, il mio esercito si asserragliò presso i castelli fortificati e portò una serie di vittorie sul potente invasore straniero.






Alla sua morte, senza eredi,  il regno si frantuma ma la figura di Matilde di Canossa viene mitizzata nel cerchio dei militanti per la fede. Poche donne nella storia italiana hanno avuto pari valore di questa indomita condottiera di eserciti e paladina assoluta della cristianità.  La più fedele alleata di Gregorio VII,  il Papa che ha riformato la Chiesa, nella lotta per la superiorità del potere divino su tutti i poteri terreni, fossero pure quelli dell'Imperatore del  Sacro Romano Impero.


Oggi le spoglie di Matilde riposano nella Basilica di San Pietro in Vaticano a Roma.

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martedì 15 settembre 2020

Dalie o dahlias


Buongiorno,

quando vedo in qualche giardino le dalie fiorite mi fermo ad ammirarle.
Sono fiori antichi, robusti, non richiedono particolari cure, i colori sono spesso molto intensi o molto delicati.


Sono adatte a molteplici composizioni.




























Le origini della dalia sono da ricercare nel centro America e principalmente in Messico dove era conosciuta già dagli Atzechi.







Nel significato dei fiori dalia vuol dire: Gratitudine, Dignità, Eleganza.








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