[Appena si fece giorno, l'Agnese si vesti, preparò la
colazione sulla tavola, svegliò il soldato, gli disse di
partire subito, che c'erano i tedeschi in paese. Lui
andò a lavarsi al pozzo, e intanto l'Agnese portò a
Palita la sua tazza di latte caldo. La porta era aperta
sull'aia. Un gran silenzio occupava la campagna,
un'aria bianca di settembre senza sole. Qualcuno ar-
rivò correndo coi piedi scalzi, era un ragazzo che abi-
tava più lontano, verso la valle. Senza fermarsi, disse:
— I tedeschi. Vengono qui — . Il soldato diventò pal-
lido, si mise in fretta la giubba e le scarpe. L'Agnese
gli diede del pane: — Vai per questo sentiero. Più
avanti c'è un fosso grande sotto l'argine. Nasconditi
là. Stasera ritorna. Ti troverò un vestito da bor-
ghese — . Egli scappò di corsa, e intanto s'udì crescere
un rombo di motore; un piccolo camion sbucò dalla
cavedagna, frenò sull'aia, i tedeschi saltarono a terra.
L'aia, la campagna, il mondo furono guastati dai loro
aspetti meccanici disumani, pelle, ciglia, capelli quasi
tutti di un solo colore sbiadito, e occhi stretti, crudeli,
opachi come di vetro sporco. I mitra sembravano parte
di essi, della loro stessa sostanza viva. Erano otto sol-
dati e un maresciallo.
Andarono verso la casa. Il sottufficiale aveva in
mano un foglio rosa. Disse: — Ottavi Paolo? — ma
l'accento deformò il nome, che parve una parola te-
desca. Palita non lo capi, e stava sulla porta, tirandosi
su i pantaloni. — Rispondere, — urlò il maresciallo.
— Dove essere Ottavi Paolo? — Palita rispose: —
Sono io — , Dietro di lui apparve la faccia dura e spa-
ventata dell'Agnese. — Qui disertori, soldati italiani?
— domandò il tedesco. Fece per entrare, ma l'Agnese
gli sbarrava la porta, e lui la urtò leggermente, pas-
sando, col calcio del fucile. Guardò in cucina, nella
stanza, mentre i soldati cercavano nel fienile, nel pol-
laio, nella stalla. L'Agnese e Palita stavano stretti con-
tro il muro e li seguivano con gli occhi. Uno andò
verso l'uscio chiuso della Minghina. — Nein, — disse
secco il maresciallo, e il soldato tornò indietro.
— Voi Ottavi Paolo venire con noi, — dichiarò
finalmente il tedesco. L'Agnese gli andò incontro:
s'era come svegliata, camminava viva e pesante come
quando decideva di compiere un'insolita fatica. —
Dove lo portate? — chiese con severità. — Che cosa
vi ha fatto? — Il maresciallo rispose: — Arbaiten.
Lavoro, — e le voltò le spalle. L'Agnese lo afferrò per
un braccio, lui indietreggiò, liberandosi con uno
strappo. — È malato, — disse l'Agnese. — Non può
lavorare. — Raus! — comandò il tedesco impaziente.
Palita aveva preso la giacca e il cappello, e andava
verso il camion in mezzo a due soldati. L'Agnese gli
corse dietro, gli strinse le braccia intorno al collo. Uno
dei tedeschi tentò di staccarla, ma lei lo scostò con una
spinta. Allora il soldato le appoggiò il fucile alla
schiena, e la voce sgarbata ripeté: — Raus! ......]
(Renata Viganò-L'Agnese va a morire Ed. Einaudi 1949)

Molto bello anche il film.
RispondiEliminaBuon 25 aprile.
Bellissimo questo racconto di vita, mi è piaciuto leggere questo stralcio di libro
RispondiEliminaBuon 25 aprile